Beirut campo profughi
Gli "avvertimenti" israeliani sono degli ordini di sfollamento forzato
Mio resoconto per l’Ansa scritto venerdì 6 marzo 2026.
Tappeti di auto bloccate in una chilometrica coda alle porte di Beirut, diventata nel frattempo un immenso accampamento improvvisato con famiglie accampate sui marciapiedi, bambini che dormono sui sedili delle auto, cartoni stesi sull'asfalto e perfino greggi di pecore trascinate in città da chi è fuggito senza voler abbandonare l'unica fonte di sostentamento.
Sono alcune immagini che giungono dalla capitale libanese travolta dall'arrivo di centinaia di migliaia di sfollati in fuga dai bombardamenti israeliani nel sud del paese, nella valle della Bekaa e nella periferia sud della città.
Da lunedì circa mezzo milione di persone hanno lasciato le proprie case mentre il bilancio dei raid israeliani è salito a oltre duecento uccisi e circa mille feriti. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato del rischio di una "catastrofe umanitaria" e di un paese che scivola "verso l'abisso" a causa di "una guerra devastante che non abbiamo né cercato né scelto", in riferimento alle ostilità tra Israele e Hezbollah, il movimento armato alleato dell'Iran.
La notte trascorsa a Beirut è stata descritta da molti come "un inferno". Le esplosioni dei bombardamenti israeliani hanno scosso le aree tra l'aeroporto internazionale e l'autostrada Beirut-Damasco, considerate roccaforti della comunità di Hezbollah. I quartieri ritenuti più sicuri della capitale sono stati invasi da famiglie in fuga.
Molti hanno dormito all'addiaccio, nelle piazze, nei giardini pubblici o nelle proprie auto. Non tutti però hanno lasciato le proprie case. Intere famiglie restano nei quartieri bombardati perché non hanno un luogo dove rifugiarsi o le risorse per vivere altrove.
La crisi si consuma nel pieno del mese di Ramadan. Durante il giorno la popolazione osserva il digiuno e al tramonto consuma il pasto serale, ma in queste condizioni la vita quotidiana è stata completamente sconvolta.
Rima è accampata da due giorni con i figli in piazza dei Martiri, nel cuore della capitale. Sotto la statua di bronzo ancora segnata dai colpi della guerra civile del 1975-1990, opera dell'artista italiano Renato Mazzacurati, mostra due buste di plastica. "Non abbiamo altro che pane e delle coperte", dice. Poi indica la moschea monumentale: "Hanno chiuso la moschea, non ci fanno entrare. Non è la casa del Signore?".
Solo dalle aree meridionali della capitale sono fuggite nelle ultime ventiquattro ore circa trecentomila persone. Molte erano arrivate pochi giorni prima dal sud del Libano, dove i bombardamenti proseguono senza sosta e si registrano massacri di intere famiglie, come nel villaggio di Duweir nel distretto di Nabatiye e nella zona di Tiro.
Associazioni civili e volontari si mobilitano per distribuire pasti e coperte e per aprire centri di accoglienza improvvisati, mentre il governo assicura di intervenire per affrontare l'emergenza degli sfollati. Questa mobilitazione incontra però anche resistenze in alcuni settori della popolazione, dove chi fugge dal sud viene visto con sospetto perché associato a Hezbollah.
La paura è alimentata dall'estensione dei bombardamenti israeliani nella Bekaa, nel sud e nella capitale. L'aeroporto internazionale resta aperto, ma la strada che vi conduce attraversa la zona più colpita dai bombardamenti e risulta di fatto impraticabile.



