Bint Jbeil, la città perduta
Distrutta da Israele la principale cittadina all'estremo sud del Libano
A Bint Jbeil e in altre località dell’estremo sud del Libano la distruzione compiuta da Israele è sistematica. Il comune della cittadina che fino a febbraio contava circa 30mila abitanti, parla di “urbicidio” e di “ecocidio”. E chiede allo Stato libanese di documentare e portare questi fatti davanti alle istanze internazionali.

Le immagini satellitari mostrano centinaia di unità abitative scomparse. Quartieri interi sono stati cancellati, l’antica piazza antica così come la Grande moschea, con oltre quattro secoli di storia, non esistono più. I campi e le aree boschive sono stati bruciati da ordigni incendiari e al fosforo, armi vietate dal diritto internazionale.
Le testimonianze che permettono di ricostruire la città prima della distruzione sono raccolte da L’Orient-Le Jour, quotidiano francofono di Beirut non certo solidale con Hezbollah. E provengono dalla diaspora di libanesi originari di Bint Jbeil. Ne emerge un affresco certamente parziale ma comunque ricco di immagini della città situata a meno di quattro chilometri dalla Galilea.
Bint Jbeil, letteralmente ‘la figlia della piccola montagna’, era stata più volte occupata da Israele sin dal 1978. E divenne simbolo della liberazione dal nemico occupante nel 2000, dopo il ritiro dell’esercito israeliano avvenuto nella primavera di 26 anni fa.
Nello stadio di Bint Jbeil, l’allora leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah - ucciso da Israele nel settembre del 2024 a Beirut - pronunciò quello che divenne subito come uno dei suoi più celebri discorsi pubblici, passato alla storia come Khitab an-Nasr, il discorso della vittoria. Quello stadio oggi è pesantemente danneggiato dai colpi israeliani.
La prima testimonianza giunge da Baghdad. Muhammad Bazzi, 25 anni, giornalista segue da una settimana le notizie sul telefono, passando da Instagram a X e poi a TikTok. È nato e cresciuto a Bint Jbeil ed è rimasto in città fino ai diciassette anni.
Della città conserva una geografia precisa, fatta di strade, quartieri, abitudini. Fino a pochi giorni fa pensava che la casa di famiglia fosse ancora in piedi, l’ultimo legame materiale con la madre scomparsa. Per esserne sicuro è arrivato a pagare 450 dollari per accedere a una mappa satellitare aggiornata tramite Internet. Ha cercato il punto, ha riconosciuto l’area, ma ha poi visto che la casa non c’era più. Per il dolore ha avuto un malore ed è stato ricoverato in ospedale, racconta.
I suoi ricordi non sono organizzati come un racconto, ma come una sequenza di immagini quotidiane. Le preghiere in una moschea oggi distrutta. Il tè condiviso al tramonto, versato da un grande bricco per chiunque si fermasse. Le passeggiate (gazdura كزدورة) senza meta tra le strade, le capre che pascolavano ai margini del centro abitato.
E poi il mercato del giovedì (suq al-khamis سوق الخميس), organizzato prima del tradizionale giorno di festa settimanale. In questo mercato si incontravano naturalmente gli abitanti e i forestieri, visto che Bint Jbeil da secoli attrae commercianti e faccendieri di tutto il Jabal ‘Amil, la regione montagnosa a nord della Galilea e a sud di Nabatiye. “L’immagine della città di prima resterà nel mio cuore”, dice Muhammad, parlando di un legame che trova sostanza soprattutto nella consueta ripetizione di gesti quotidiani.

Nel Michigan, Mohammad Ali Taha segue le notizie con la stessa attenzione. È originario di Nabatiye e passava le estati a Bint Jbeil dalla famiglia materna. I suoi ricordi si concentrano su pratiche precise: la passeggiata serale senza meta così come le notti trascorse a fumare il narghile: abitudini condivise che danno forma allo spazio urbano.
Sempre negli Stati Uniti, Suhayla Amen ricostruisce la città attraverso altri dettagli. Ricorda i tramonti, le strade dei negozi, i commercianti, le persone anziane che si fermavano a chiedere notizie anche agli stranieri. Parla di una solidarietà quotidiana, esercitata senza formalità.
Lungo la strada verso Yarun o nei pressi della moschea, qualcuno chiamava dai balconi per offrire un caffè. Racconta anche il tono delle voci, una forma di orgoglio nel descrivere il proprio villaggio. Oggi, vedere questi luoghi distrutti è per lei insostenibile. Il riferimento è alle persone che hanno perso ciò che avevano costruito, sia che vivano ancora in Libano sia che siano legate al paese da lontano.
In queste testimonianze la città appare come un insieme di relazioni, di luoghi riconosciuti, di pratiche ripetute. Le immagini della distruzione, le mappe satellitari, le dichiarazioni ufficiali costruiscono un altro livello di lettura, fatto di dati e di qualificazioni giuridiche.
Tra questi due piani si colloca ciò che resta di Bint Jbeil: uno spazio che continua a esistere nella memoria di chi lo ha abitato e che sul terreno appare come un cumulo di macerie, avvolto dal fumo degli incendi, violentato dai blindati stranieri.



