Come si diventa "terroristi"
La parabola della giovanissima Carole Sun: da Parigi a Raqqa. E ritorno
Carole Sun ha 30 anni. E una condanna addosso. Dieci anni di carcere, decisi il 19 dicembre da un tribunale di Parigi, per associazione a delinquere con finalità terroristiche. Una formula fredda, precisa, che dice poco di quello che è successo prima.
Le sbarre, per Carole Sun, non sono cominciate con la cella. Sono cominciate molto prima, quando nessuno guardava. O quando guardavano tutti, ma nessuno l’ha portata in salvo.
Carole Sun è la seconda cittadina francese rimpatriata dai campi del nord-est della Siria a comparire davanti a un tribunale. Di lei non ci sono fotografie. Nessun primo piano, nessuna immagine rubata. Solo un nome che resta appeso.
Per lo Stato è una terrorista: dieci anni di carcere, cinque di cure obbligatorie. Poi, forse, la libertà. Ma la domanda non è se pagherà. Sta già pagando. Carole Sun paga da quando è nata.
La domanda è un’altra: cosa resta di una persona spinta dalla parte sbagliata? Quanto pesa una biografia quando si intreccia con una guerra, con un’ideologia, con la violenza organizzata?
Quel che sappiamo di Carole Sun viene dalle carte giudiziarie e dal lavoro meticoloso di alcuni cronisti parigini. Non c’è eroismo, non c’è assoluzione. C’è una storia sporca, faticosa da leggere e da raccontare. Una storia che non chiede compassione, ma attenzione e capacità di unire i puntini. Per capire quale disegno mostruoso emerge sul foglio bianco.
Una storia che lascia dietro di sé un vuoto: quello delle domande a cui nessun tribunale sa rispondere.
Carole Sun nasce nel 1996. Cresce nella regione parigina in una famiglia segnata dall’assenza del padre, di origine cambogiana, che non ha mai conosciuto. Viene allevata dalla madre vietnamita e dal nuovo marito di lei, un patrigno descritto come presente e protettivo, già padre di cinque figli. Gli esperti parlano di “trauma dell’abbandono” e di “faglia identitaria”. Lei dice di essersi sentita “sempre sola”.
A 14 anni subisce uno stupro di gruppo che la “devasta”. A 15 viene buttata in strada da un pappone del quartiere. Seguono mesi di precarietà, prostituzione, isolamento. Passano due anni orribili in cui Carole Sun fa di tutto “per dimenticare il passato, lasciare tutto questo dietro di me, non ricordare più”.
Poi, a 17 anni, la svolta. Si converte all’Islam. Ma non in una moschea. Da sola, su Internet. “Le pubblicazioni religiose mi hanno conquistata.” Assume il nome di “Janna”, paradiso. Eppure Carole Sun continua incessantemente di cercare affetto, coccole, protezione. Rimane nel giro sbagliato. E le relazioni virtuali si moltiplicano: Nasser, Nassim, incontri sessuali, “a volte in abiti sexy, a volte in niqab”, il velo che copre tutto il viso. È un periodo di oscillazione profonda, tra esposizione e ritiro, desiderio di appartenenza e dissoluzione.
Nel 2014 Carole Sun compie 18 anni. La guerra nella lontana Siria ne ha appena compiuti tre. E Raqqa, nel nord, è caduta sotto il controllo jihadista. Il 29 giugno viene proclamato il “califfato” dello ‘Stato islamico in Iraq e Siria’ (Isis). Cinque giorni dopo, Carole Sun parte da Orly col fratello Charly, di un anno più grande. Cercava un meno peggiore di quello dove aveva vissuto fino ad allora.
Al giudice racconta: “Volevo aiutare le persone, sì, soprattutto i bambini.” Quando le viene fatto notare che nel 2014 era difficile ignorare cosa fosse lo Stato islamico, risponde: “Non avevo percepito la dimensione terroristica”.
L’11 luglio 2014, al termine di un viaggio estenuante, viene separata dal fratello, registrato come combattente col nome di “Abu Sufyan al-Faransi”. Lei diventa “Umm Abbas”. Dorme in una madafa, una guest house. Per sole donne. Poi arriva Salaheddine Guitone, conosciuto online. “Era molto bello… volevo sposarmi”. Lui le promette una vita normale.
“Il paese è tranquillo, si vive bene”, le disse Guitone parlando di quella Siria in guerra. Il matrimonio è immediato. Dura pochi giorni. Il 25 luglio lui viene ucciso in combattimento. “Solo dopo ho scoperto quello che aveva fatto”.
Il presidente della corte insiste: “Parliamo di atrocità, anche sui cadaveri.” Alla domanda: “Cosa si prova a vedere teste mozzate sui pali?”, lei risponde: “Ero sorpresa… credevo si combattesse l’esercito di Bashar al-Asad”, in riferimento all’ormai ex raìs siriano fuggito in Russia l’8 dicembre 2024.
Oltre alla causa politica, racconta Carole Sun, il suo essere in Siria era “per dimenticare il passato”.
Rimasta sola nelle retrovie, Carole Sun si lega ad altre donne, per lo più francesi e belghe. Ma non vuole stare da sola e cerca protezione dal fratello. Lo raggiunge nella zona di al-Bab, tra Aleppo e l’Eufrate. Lì Charly Sun è stato preso nella polizia dello ‘Stato islamico’. Proprio il fratello la propone in sposa a un suo collega, palestinese, originario della Striscia di Gaza. Carole Sun non ha nemmeno vent’anni. E si sposa così per una seconda volta.
Abu Anas, il suo nuovo marito, “uccide i traditori” come scriveva Carole Sun alla madre. Poi, però, a casa, la picchia “con un tubo”. Le regala un Kalashnikov. Assieme fanno una figlia.
È in questa fase che Carole Sun accetta di farsi fotografare con il fucile e la bimba sulle ginocchia. Il giudice chiede: “Come si può accettare questo? Come si può inviare una simile immagine?” Lei risponde: “Non avevo più distanza… più discernimento… ero nell’Isis, avevo adottato i loro codici. Questo mi impediva di vedere la gravità” degli atti. In aula Carole Sun scoppia in singhiozzi, il corpo è scosso da convulsioni. L’udienza viene sospesa.
Ammette di aver scritto messaggi “orribili” alla madre, di essersi vantata di incitare il marito a “buttare giù i traditori”. Il giorno dopo gli attentati di Parigi del 2015 urla “Allahu Akbar!”, al telefono. “Era provocazione. Mi davo un tono. Parole di sorpresa, più che di gioia”.
Quando Raqqa viene accerchiata, fugge lungo l’Eufrate. Cambia più volte casa. Partorisce da sola un figlio nel marzo 2017. Il marito se ne va con un’altra moglie. Lei rimane senza acqua né elettricità. Ottiene il divorzio da uno sheykh locale. Poi vede “l’apocalisse”. “Nelle strade si camminava sui corpi”. E insiste: “Non sono stata testimone diretta di violazioni”.
L’11 dicembre 2017, all’età di 21 anni, assieme ad altre donne tenta di raggiungere la Turchia con i due figli, di due anni e sei mesi. Viene catturata dalle forze curde. Internata nel campo di Roj, nel nord-est siriano, vi resterà oltre quattro anni. “A Roj era meno peggio”, dice Carole Sun in riferimento all’altro campo di concentramento gestito dai curdi, quello di al-Hol, al confine con l’Iraq.
Ma la gente del campo la terrorizza: “Era una giungla”. Carole Sun racconta di assassinii incrociati, tende incendiate, donne della polizia religiosa “con una visione peggiore dell’Isis”. “E’ stata davvero dura”.
Nel campo apprende della cattura del fratello Charly, ancora oggi detenuto a Baghdad. Per gli iracheni è un terrorista. E rischia la pena di morte. In aula Carole Sun rilegge i messaggi in cui lui le descriveva le decapitazioni. A questi messaggi lei rispondeva laconica: “Ahahaha”. Oggi dice: “È un assassino. Ma è mio fratello”.
Lo Stato islamico viene dichiarato sconfitto in Siria nel 2019. Carole Sun rimane ne campo di prigionia del nord-est fino al 2022. Nel luglio di quell’anno, all’età di 26 anni, con una figlia di sette e un figlio di cinque anni, viene rimpatriata in Francia. E finisce in un’altra prigione.
In attesa del processo. I figli vengono affidati ai servizi sociali. In aula dice: “Mi vergono di aver aderito all’Isis. Me ne pento profondamente. Chiedo perdono a chi ho fatto del male. A quelli che amo e a quelli che nemmeno conosco”. Prosegue: “riconosco i fatti. Sono stata complice e non ne vado fiera”. “Ero accecata. E’ come se avessi tenuto gli occhi chiusi… ora ho 30 anni”.
Quando Carole Sun avrà 40 anni, attorno al 2035, potrà uscire di carcere. E proseguire “le cure” per altri cinque anni, fino al 2040. I suoi figli, nati in Siria e anche loro cresciuti senza padre, avranno rispettivamente 25 e 23 anni.
La traiettoria di Carole Sun non è solo individuale ma riguarda molte altre donne.
Solo in Francia, tra il 2012 e il 2016, circa cinquecento donne - su un totale di 1.500 cittadini francesi - sono partite per la Siria aderendo all’Isis. Erano quasi tutte molto giovani, maggiorenni o poco più.
Quello transalpino è uno dei contingenti europei più numerosi partiti verso la zona di conflitto. Dopo la sconfitta territoriale dello Stato islamico nel 2019, una parte consistente di queste donne è rimasta per anni nei campi del nordest siriano insieme ai figli.
A partire dal 2022, la Francia ha avviato rimpatri selettivi. Circa 160–167 donne, tra cui Carole Sun, sono rientrate in patria. Dal 2017 a oggi, circa 30 donne sono state giudicate da corti d’assise speciali antiterrorismo. Altre sono state processate in sede ordinaria. Circa 60 donne devono ancora comparire davanti alla giustizia.
I numeri delineano un fenomeno di lungo periodo che continua a produrre effetti giudiziari, penitenziari e sociali. Una questione aperta che va ben oltre la fine militare del “califfato” e che obbliga lo Stato a interrogarsi, nel tempo, sulle responsabilità sociali, politiche e istituzionali che hanno spinto allora giovanissime francesi a cercare un senso di vita in un altrove intriso di violenza.





