Raqqa, storia dei due ponti
Una lettura dall'interno sugli eventi in corso in Siria
Propongo la traduzione integrale di un articolo a firma di Yassin Suweiha e apparso su al-Jumhuriya lo scorso 19 gennaio 2026, nelle ore successive alla presa di Raqqa da parte delle forze agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa. Uno sviluppo politico-militare che ha costituito la fine di fatto dell’esperienza semi-autonomista curdo-siriana nella Siria nord-orientale.
Vi invito a leggerlo fino alla fine, lasciandovi accompagnare dalle riflessioni dell’autore soprattutto in quei passaggi che possono sembrarvi meno allineati con la vulgata corrente in Italia e in Europa circa la questione siriana e la questione curda.
“…un’altra occasione andrà perduta se tornerà a prevalere l’ebbrezza di una vittoria comunitaria che lascia indietro siriane e siriani e che approfondisce l’alienazione delle persone dal proprio destino e da quello del loro paese”
Il vecchio ponte di Raqqa fu costruito tra la metà dell’inverno e la fine della primavera del 1942 da unità del genio britannico e da forze della “Francia libera”, che avevano bisogno di un attraversamento sull’Eufrate per facilitare l’avanzata dall’Iraq verso la Shamiya [la Siria occidentale] nel pieno della Seconda guerra mondiale.
La costruzione fu un’operazione complessa, avviata contemporaneamente dalle due rive per incontrarsi al centro del fiume. Si utilizzarono piloni metallici assemblati con rottami di tubazioni provenienti dalla Iraq Petroleum Company, insieme a materiali di risulta bellici di vario tipo.
Dopo l’indipendenza, la metà del ponte sul lato della Jazira [la Siria nord-orientale] fu rivestita con una struttura in cemento, e i piloni furono successivamente rinforzati con colate di calcestruzzo. Quando perse la sua importanza a favore del “ponte nuovo”, più largo e più solido, costruito sotto supervisione tecnica jugoslava a metà degli anni Sessanta, il vecchio ponte venne a lungo chiuso al traffico automobilistico negli anni Ottanta e Novanta, prima di essere riaperto alle sole auto di piccola cilindrata all’inizio degli anni Duemila.
Fin dalla sua nascita, sul lato della Jazira rimase una targa commemorativa in inglese che raccontava la storia della costruzione del ponte, così come rimasero le postazioni di guardia in cemento alle due estremità, con feritoie da cecchino. A lui fu dedicata anche la canzone “Dal ponte di Raqqa salutami con la mano”.
Per oltre due decenni fu il ponte di Raqqa, prima di diventare un ponte “vecchio”, affiancato a ovest da un ponte nuovo, collegati da un lungofiume di due chilometri sul lato della Jazira.
All’inizio di febbraio 2017, durante l’operazione di isolamento della città in preparazione della battaglia contro l’organizzazione criminale dello Stato islamico (Isis), l’aviazione della Coalizione internazionale [a guida Usa] bombardò entrambi i ponti di Raqqa.
Durante il periodo di controllo delle Forze democratiche siriane (Fds), e con il sostegno statunitense, i due ponti furono riparati: quello vecchio in modo approssimativo e tecnicamente insicuro, quello nuovo con maggiore attenzione, con decorazioni, colori e maggiore brillantezza.
Ieri mattina, domenica [18 gennaio 2026], poco prima di ritirarsi dalla città, le Fds hanno fatto esplodere entrambi i ponti restaurati, come a voler essere certe di non lasciare dietro di sé nulla del proprio periodo di governo che potesse essere rimpianto.
Con ponti distrutti era iniziato il dominio delle Fds sulla città di Raqqa. E con ponti distrutti questo dominio si è concluso.
Le Fds sono state la fanteria della guerra della coalizione internazionale per espellere lo Stato islamico da Raqqa. Fu una guerra fondata su una causa giusta, contro un’organizzazione immersa nella brutalità più estrema, che aveva portato la messa in scena dell’uccisione e della profanazione dei corpi a livelli da pornografia della morte.
La sfortuna di Raqqa fu che la nascita dell’Isis avvenne proprio lì. Nel contesto del conflitto inter-jihadista con Jabhat an-Nusra. Si era agli inizi del 2014: l’organizzazione dello Stato islamico fu sconfitta ad Aleppo e Idlib proprio da Nusra. E riparò verso est, oltre l’Eufrate. A Raqqa.
Nonostante la legittimità della guerra contro l’Isis e nonostante gli abitanti di Raqqa furono la materia prima su cui l’organizzazione esercitò la sua perizia nell’uccidere, torturare e mutilare i cadaveri, gli abitanti di Raqqa furono privati dello status di partner in quella guerra. E nell’estate del 2017 furono trattati, insieme alla loro città, come nemici.
La maggior parte di Raqqa fu distrutta. E migliaia di persone, tra abitanti della città e delle campagne vicine, furono uccise in bombardamenti che non tennero conto della necessità di proteggere i civili.
Dopo la vittoria della coalizione e la sconfitta dell’Isis, le Fds si sono comportate in città come una forza di occupazione. Hanno investito nel collasso sociale di una città già ferita per approfondirlo ulteriormente. Sotto titoli scintillanti presi in prestito dalle retoriche postmoderne e dalle più recenti teorizzazioni di Öcalan, un’organizzazione stalinista e repressiva ha governato la città esercitando una vera e propria eliminazione politica dei suoi abitanti, rinchiudendoli in una non-soggettività silenziosa e passiva concentrata solo nella ricerca dei mezzi di sussistenza.
Qualsiasi attività politica svolta prima dell’arrivo delle Fds è così diventata motivo di repressione o di esilio da parte delle nuove autorità curde. In quel contesto, veniva accusato di appartenere all’Isis chiunque svolgeva attività, anche soltanto umanitaria, considerata fuori dagli spazi consentiti.
E’ successo nel febbraio 2020, quandoAhmad Hashlum, direttore di una piccola iniziativa di sviluppo regolarmente autorizzata dalle autorità, fu arrestato con altri tre colleghi. Contro loro furono costruiti dei dossier grotteschi, di stampo poliziesco, su presunti ruoli di comando nell’Isis. Media legati alle Fds diffusero la notizia che lo stesso Hashlum era stato “emiro” dell’organizzazione jihadista.
Dopo settimane di detenzione e maltrattamenti, i quattro furono rilasciati grazie all’intervento della Coalizione internazionale. Heshlum fu poi costretto a lasciare Raqqa sotto minaccia. Oggi vive a Damasco, privato della sua casa e della sua famiglia.
Ma a Raqqa non sono andati in scena solo il totale annientamento politico dei suoi abitanti, la repressione delle loro voci e della loro volontà, il loro esproprio rispetto agli affari della città e del paese. Raqqa è diventata il palcoscenico della scenografia dell’“amministrazione autonoma” e dei suoi figuranti: consigli, conferenze, comitati, raduni, incontri e manifestazioni per chiedere la libertà del leader Apo [Öcalan], con la partecipazione entusiasta di un gruppo di uomini “vestiti da arabi”, con baffi folti, che recitarono con zelo e senza dignità il ruolo di decorazione in queste messinscene colorate. La maggior parte di queste comparse ha abbandonato le Fds tra la sera di sabato e la giornata di domenica scorsi [tra il 17 e il 18 gennaio 2026].
Nella gestione degli affari pubblici prevaleva un’economia clientelare e una corruzione spregiudicata. Uno stato di cose che può spiegare, almeno in parte, la rapidità del crollo delle forze curdo-siriane in città.
Anche perché con la dissoluzione del regime degli Asad [l’8 dicembre 2024], il comportamento delle Fds come forza di occupazione in città era scivolata nell’assurdo. Tra gli abitanti di Raqqa, residenti e sfollati dentro e fuori dalla Siria, esisteva un desiderio diffuso di essere parte di quella Siria che stava emergendo dopo la fine del regime. Ma questo non fu permesso.
La volontà di questi siriani non fu rispettata. Tanto che le celebrazioni dei giorni successivi alla caduta del regime, alla fine del 2024, furono represse anche con l’uso della forza e si registrarono vittime in questa repressione armata. Furono represse anche le manifestazioni di festa per l’accordo Abdi–Sharaa del marzo scorso. Con il pretesto di vaghe “esigenze di sicurezza”, furono vietate le celebrazioni del primo anniversario della caduta del regime. Gli abitanti festeggiarono così nelle proprie case o mascherati in “manifestazioni lampo”.
Mentre il resto del paese, nel 2025, viveva il suo tempo, con tutta la sua atrocità e la sua grandezza, Raqqa rimaneva nella voragine del 2012. Senza fine.
In mezzo a questi eventi non si sono mai fermate le campagne di arresti, sia per la leva obbligatoria sia per motivi politici. Abdullah Darbouk è scomparso nelle carceri delle Fds da oltre quattro mesi e non è ancora riapparso. L’apertura della prigione di al-Taamir ci ha mostrato scene spaventose di celle sovraffollate di donne e bambini piccoli: spetta alle organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali rivelarne le sofferenze e aiutarli a ricostruire la loro vita dopo questa prova.
Ieri, prima ancora che un solo veicolo militare delle forze dell’autorità centrale [agli ordini del leader Ahmad Sharaa] entrasse in città e mentre gli abitanti erano senz’acqua e sotto il tiro di cecchini - che hanno ucciso un numero ancora non quantificato di civili, tra cui una bambina e suo padre mentre tentavano di fuggire da una zona di pericolo - la propaganda militare delle Fds annunciava che le proprie forze stavano respingendo l’infiltrazione di elementi dell’Isis in città. Sipario.
La storia delle Fds a Raqqa e in altre aree della Jazira con analoghe caratteristiche demografiche è quella delle pratiche tipiche di una forza di occupazione, evidenti a occhio nudo.
Allo stesso tempo, la parabola delle Fds come attore militare in Siria presenta molteplici stratificazioni: è l’ultima fase di un percorso avviato con l’apparato armato del ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), riplasmato nel disastro siriano con lo sguardo costantemente rivolto, almeno in parte, alla Turchia.
Fin dall’inizio, questa forza si è alleata, talvolta implicitamente e talvolta apertamente, con l’esercito di Assad in più di un contesto, nella Jazira e nella campagna di Aleppo.

Era altrettanto evidente che questa forza godeva di una legittimità curda, perché era riuscita, con un sostegno innegabile della Coalizione internazionale, a proteggere la propria popolazione da un genocidio imminente per mano dell’Isis. Ed è stato altrettanto possibile vedere, negli ultimi giorni, che all’interno di ciò che è sempre stato considerato un’organizzazione compatta convivono anime e interessi contrastanti.
Due occhi non bastano per vedere ciò che Abu Amsha e i suoi simili, oggi ufficiali e comandanti di unità del nuovo “esercito arabo siriano”, hanno commesso ad Afrin: saccheggi, deportazioni, uccisioni e violenze contro la popolazione curda e la sua dignità, incluso il divieto di celebrare il Newroz, con le stesse giustificazioni usate dalle Fds per impedire agli abitanti di Raqqa di festeggiare l’anniversario della caduta del regime, e con la stessa logica di forza di occupazione.
Questi strumenti della sicurezza nazionale turca non sono solo canzoni o slogan orecchiabili: sono criminali e ladri evidenti.
Uno sguardo alle storie di tutte le fazioni, degli eserciti e delle forze di questo paese non offre molto splendore né bellezza, né con un occhio né con due. E le comunità che queste forze (non) rappresentano non appaiono affatto come angeli puri, né come demoni assoluti.
Guardando con due occhi alla storia di questo paese e di questa regione, va detto che limitarsi allo slogan secondo cui le Fds non rappresentano i curdi non è sufficiente per costruire una politica nazionale siriana, nemmeno al suo livello minimo.
Non perché le Fds rappresentino i curdi, né perché valga il contrario.
Ma perché i diritti culturali e linguistici dei curdi sono emersi nel discorso del potere solo all’interno del processo politico con le Fds - uno sviluppo in ogni caso molto positivo - sia nell’accordo di marzo sia nel decreto [n. 13] successivo alle recenti battaglie di Aleppo, e sempre sotto tutela e supervisione statunitense.
Questa è una delle molte colpe di un percorso di “costruzione dello Stato” segnato da un ossessivo centralismo e da un accentramento comunitario su una simbologia arabo-sunnita che esclude e che si muove in un sistema di potere opaco e estremamente ristretto.
Ciò è legato, in modo fondamentale, al fatto che i diritti politici dell’insieme delle siriane e dei siriani non sono emersi, nemmeno a parole, se non per distrazione: né nel vergognoso “congresso di dialogo nazionale” e nelle sue preparazioni farsesche, né nella dichiarazione costituzionale, né nel modo in cui è stato formato il “Consiglio del popolo” [il Parlamento].
Con due occhi vediamo che un’altra occasione andrà perduta se tornerà a prevalere l’ebbrezza di una vittoria comunitaria che lascia indietro siriane e siriani e che approfondisce l’alienazione delle persone dal proprio destino e da quello del loro paese.
Se l’isolamento degli abitanti di Raqqa dalla nuova realtà siriana dopo la fine del regime è stata una delle colpe più gravi delle Fds, oggi intravediamo qualcosa di simile negli effetti di un tono trionfalistico che lascia indietro curdi, drusi, alawiti e altri.
Quando è stato firmato l’accordo di marzo tra Ahmad Sharaa e Mazlum Abdi scrissi che poteva essere una grande opportunità per il futuro della Siria. Oppure che quell’intesa poteva dissolversi nel nulla. Non è stato né una grande né si è dissolta nel nulla.
Allo stesso modo, l’accordo di metà gennaio può essere un’occasione per un percorso di compromesso, più politico e meno drammatico, capace di aprire una dinamica nuova, diversa dalle logiche della “soluzione militare” in Siria e utile a tutti.
Oppure può essere il nulla. Q qualcosa che gli somiglia. Le Fds, con la pluralità delle loro anime interne, sono responsabili del loro destino, ma la responsabilità maggiore ricade ora sulla “Stato” e su coloro che vi scommettono come attori della sfera pubblica.
Le atrocità avvenute negli ultimi mesi sulla costa e a Suwayda dimostrano che l’abbondanza di discorsi pubblici, per quanto accurati e ben confezionati, non basta a coprire neppure una delle scene in cui i miliziani umiliavano le vittime - alawite e druse - costringendole a strisciare a terra e ad abbaiare.

In questo testo ho usato i termini Jazira e Shamiya per indicare le due rive dell’Eufrate: la prima alla sua sinistra, verso il Tigri; la seconda alla sua destra, verso Aleppo, il Mediterraneo, la steppa siriana e Damasco (Sham).
Sono denominazioni storiche, più antiche della stessa Siria, conosciute da tutti gli abitanti della regione. È stato vergognoso l’uso, negli ultimi anni, di espressioni militari come “a est dell’Eufrate” e “a ovest dell’Eufrate”, ed è indegno che continuino a circolare, soprattutto nel linguaggio ufficiale.
Ancora più grave e profondo è definire la Jazira siriana come la “Jazira araba”, soprattutto quando lo fanno media ufficiali dello “Stato siriano”. Qui non c’è spazio per alcuna contabilità comunitaria: la regione non è mai stata chiamata così, e questa denominazione è apparsa solo per fare un dispetto ai curdi, esclusivamente per fare loro un torto. È l’uso più meschino del panarabismo. Un panarabismo che, paradossalmente, viene poi denigrato in altri contesti da altri “panarabisti” a mezzo servizio.
È altrettanto sconfortante l’insistenza, nell’uso del nome, dell’espressione “esercito arabo siriano” per indicare le forze legate all’autorità centrale.
Non esistono ancora i presupposti di un vero esercito. E l’arabismo non può svolgere un ruolo costruttivo, nemmeno in via ipotetica, nella funzione di queste forze della “nuova Siria”. Perché queste forze non combattono per l’unità araba né ci si aspetta che affrontino i nemici della nazione araba, né alcun nemico esterno.
Bisogna rifiutare l’uso di questa etichetta soprattutto perché essa rappresenta quel baatismo-asadista in nome del quale sono state commesse le atrocità dell’ultimo decennio e mezzo.
Un potere [come quello attuale] che ha cambiato molti simboli del paese senza curarsi di procedure, rituali o legittimità istituzionale, avrebbe dovuto completare l’opera e cambiare anche questo nome odioso. Non lo ha fatto. E’ tutto così triste.
Ed è motivo di tristezza anche il susseguirsi di dichiarazioni ufficiali e semiufficiali che celebrano le “risorse” rientrate sotto l’egida dello “Stato”, in particolare petrolio e cereali.
In questo vi è una continuità con il colonialismo interno che lo Stato siriano ha storicamente esercitato sulla Jazira, e una prosecuzione dell’esclusione dei suoi abitanti - tutti i suoi abitanti - come esseri umani dotati di capacità, volontà, storia e dignità.
Vi sono molte continuità, strutturali e simboliche, con cui è necessario rompere se questo paese vuole raggiungere una qualche stabilità. Abbiamo bisogno di franchezza, umiltà, altruismo, generosità e dignità, di riparazione dei torti e delle ferite. Due occhi non bastano.
Il paese ha bisogno di molti sguardi. La Siria ha bisogno di rompere con il trionfalismo comunitario e di un congresso nazionale costituente in cui siano presenti tutti i siriani, proprio tutti. Siriani liberi. E siriani uguali tra loro.
Soprattutto: abbiamo bisogno di ponti.




Sono d'accordo con la premessa. Indipendentemente dalle valutazioni che si possono dare sulle riflessioni dell'autore, l'articolo mostra nella sua crudezza la complessità della situazione. Senza scomodare Platone, le opinioni non verificate sono sempre l'antitesi della conoscenza e spesso finiscono per creare i miti.